La tradizione vuole che in Liguria il padrone di un peschereccio offra a chi si imbarca la scelta tra il diritto di lamentarsi (mugugnà) e un supplemento di paga. Scelta lacerante per un ligure, e dalla quale per una volta perfino la tirchieria usciva sconfitta; come dice il proverbio: “Sensa vin se navega, sensa mugugni no”. (Claudio Paglieri)
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tramandato ai posters alle 10:46 del 29/07/2005 | commenti (5) | galleria | permalink


(cliccate per gli ingrandimenti...)

Mi accorgo, nelle foto che faccio (come queste tre scattate a Londra), che spuntano e si notano temi ricorrenti, certe mie inclinazioni. Insomma ciò che attira il mio occhio, e la mia curiosità.... spero un abbozzo di "stile".  

Ad esempio, mi piace il cielo come sfondo predominante per soggetti spogliati del loro (magari arcinoto) contesto e quasi sospesi, come fosse uno di quei collage fatti di ritagli di carta. Mi attira l'idea di far convivere lo spazio aperto e indefinito  e il dettaglio delle forme di un qualcosa di corporeo e preciso, la tensione che si crea tra la quantità predominante di blu e la forza del primo piano. Ma credo c'entri anche la fascinazione (risalente a "Il cielo sopra Berlno" ?) per tutto quanto ci guarda dall'alto... statue, gargoyles o angeli custodi. E, sopratutto, anche l'invito ad alzare lo sguardo sopra i nostri passi, ogni tanto.

tramandato ai posters alle 13:18 del 19/07/2005 | commenti (18) | fastidi | permalink

Per una volta, ho voglia di  personalizzare , e parlare di Benedetta morta a Londra, e solo di lei, e non di altro. Lo so che non si dovrebbe, che si sfiora il rischio della curiosità morbosa e di rovistare senza ritegno nel dolore altrui. E so che non ci sono morti "più uguali" degli altri, per il solo fatto di essere italiani o di essere giovani ragazze. Tutto questo è vero, il rischio c'è, però prendiamolo come arma della disperazione da usare contro i vari buttiglioni che fanno capire che in fondo una cinquatina di morti una città come Londra li può metabolizzare rapidamente e con una certa facilità. Quasi a suggerire che sia (che esista) un prezzo ragionevole che siamo disposti a pagare, pur di poter continuare a fare i nostri porci comodi in medio oriente, una volta pagato questo pedaggio ai terroristi.

Allora non mi interessa spuliciare su chi era e cosa voleva e cosa pensava, era una persona normale, come tante. Ma voglio tenermi in mente gli occhi di Benedetta, fissarla e ritrovarci ogni volta qualcosa. Non mi interessano (e non le ho letto) le dolenti rievocazioni di "quelli che la conoscevano", però la guardo e un po' me la immagino, Benedetta: indipendente, alla mano, decisa, la voglia di vivere addosso, probabilmente le piaceva il disco di Bob Marley che sto sentendo in questo momento.
Ho letto invece nelle cronache qualcosa del suo promesso sposo, un povero ragazzo sperduto tra ospedali e speranze sempre più flebili. E allora ho pensato ai discorsi lasciati in sospeso, ai saluti magari frettolosi mentre si stacchetta verso il treno ("tanto ci si vede stasera..."), agli inviti a cena del giorno dopo, alla crudeltà insopportabile (perchè si aggiunge a quello già terribile della perdita) di vedere una persona cancellata in un modo così improvviso e traumatico, di accorgersi di tutto quando ormai tutto è già successo, ed è troppo tardi per dire e fare qualsiasi cosa.

Vorrei ricordarla, a costo di violentare la sua privacy, perchè è troppo comodo cercare conforto nelle proporzioni, nei grandi numeri, nei ragionamenti che portano a ritenere più probabile morire scivolando sulle scale, che per mano di qualche terrorista. Non vorrei perdessimo mai di vista queste Persone, questi universi di sentimenti e speranze e potenzialità che abbiamo sacrificato sull'altare di non si sa bene cosa, queste morti inutili, questo dolore sparpagliato a caso, di cui non c'era necessità e che non si deve assorbire dentro nessuna statistica.

tramandato ai posters alle 19:12 del 17/07/2005 | commenti (4) | mugugni | permalink

Era già tutto previsto. Com'è, come non è, sabato mattina in piscina leggo sul giornale che sono spuntati altri 2000 biglietti per il concerto degli U2 a Milano. Arrivo tranquillamente a casa verso l'una, mi collego, scelgo, acquisto e in tre minuti ho il mio bel biglietto di secondo anello (virtualmente) in tasca. Alla faccia di tutta l'isteria collettiva e il bagarinaggio senza freni di questi mesi. Certo, i posti sanno schifosi: quelli di ticketone di solito sono già abbastanza di scarto (almeno, a me è capitato sempre così), questi li avranno ricavati dichiarando agibili le parti più laterali, non so quanto vedrò, però... non ho resistito. Abitare a meno di un chilometro da San Siro e non esserci mi è sembrato un peccato. Non so se me ne pentirò, però mi sembra quasi un dovere andare in pellegrinaggio da quelli che sono stati gli eroi assoluti e incontrastati della mia adolescenza e con cui sento di avere una sintonia inossidabile (uè, a me piace tantissimo anche POP!  ) . Lo so già che poi non vedrò quasi nulla, penserò che con i cinquanta pirilli del biglietto mi sarei potuto comprare il DVD in edizione maxi extra limitata e che sicuramente ci sarà dietro di me la solita ragazzina urlatrice e stonata che si farà TUTTE le canzoni, impedendomi di godere della voce di Bono. Però, a dispetto di tutto, voglio esserci, sentirmelo nello stomaco, saltare e cantare insieme agli altri e quindi...

Hello hello
I’m at a place called Vertigo
It’s everything I wish I didn’t know
Except you give me something I can feel, feel

 

tramandato ai posters alle 16:02 del 17/07/2005 | commenti | | permalink

Sabato sera tranquillo, al fresco nella campagna alessandrina. Timidamente nato e poi decaduto il progetto di andare domenica a Umbria Jazz, ho ripiegato su un Quartetto, comprensivo di Alex il famigerato pianista della grigliata di qualche domenica fa. Mentre ascoltare jazz su disco mi costa una certa fatica, dal vivo mi fa tutto un altro effetto, e poi mi piace che lo si possa ascoltare con differenti livelli di dedizione: se vuoi e se sei capace puoi stare a riconoscere le scale, le citazioni di certi passaggi, goderti la tecnica. Ma è anche un piacevolissimo e stimolante tappeto per lasciar divagare i propri pensieri, o fare due chiacchere. Tutto qua. Oggi ho già scritto troppo! Lascio qualche foto inevitabilmente "notturna": una, due e tre. E ok, anche questa di Daniele che mi ha invitato e spronato ad uscire di casa!

tramandato ai posters alle 11:04 del 17/07/2005 | commenti (15) | culturangle, under score | permalink

Complice una certa promozione della Feltrinelli, mi è capitato ultimamente di fare una cura a dosi massicce di Banana Yoshimoto. Avevo letto soltanto un paio di cose sue, in passato: l'inevitabile Kitchen e un altro romanzo che presi in biblioteca e che però non ricordo. Mi stupisco di non riuscire a decidermi se Banana mi piace oppure no. Forse sono condizionato dai pareri entusiastici di tanti amici dai gusti assolutamente fidati e quindi in qualche modo cerco di "farmela piacere". Ma non sono affatto così malleabile e manovrabile, e devo ammettere che la bellezza di certe sue pagine è indiscutibile, così come non si può negare che abbia saputo costruire un suo stile e un suo mondo peculiare.

E devo sempre tenere conto che ho letto solo una piccola parte di quello che ha scritto, e nulla delle cose più recenti, quindi il mio punto di vista è davvero molto parziale. Però nelle tre cose che ho letto ho trovato una uniformità di temi e di stile tale, che sarebbe davvero una coincidenza notevole se invece gli altri libri avessero caratteristiche molto diverse, me ne stupirei molto.
Quello che mi piace è il suo linguaggio lineare ed allo stesso ricchissimo e ricercato, mi piacciono le sue descrizioni, la precisione con cui sceglie gli aggettivi, la leggerezza con cui tratta i pensieri dei personaggi. E poi i temi di quello che racconta: la perdita, il rapporto con gli altri e con se stessi, la valorizzazione della quotidianità.
Forse il problema è che Banana non è molto brava a... raccontare. In particolare, non mi piace il suo modo di scrivere i dialoghi. Mi è capitato di leggere Amrita subito dopo American Gods e il contrasto non poteva essere più netto. Il libro di Gaiman sembra una sceneggiatura, anche solo dai dialoghi riesci ad avere un'immagine precisa del personaggio,  del carattere, del suo modo di portarsi in giro e di ragionare. I personaggi di Banana parlano tutti allo stesso modo, dalla mamma al fratello alle protagoniste, e quel che è peggio parlano tutte con lo stile di Banana, non si avverte una differenza tra la prosa dell'autore che racconta e quello che esce dalla bocca dei personaggi. Temo che dovesse far parlare Jack lo Squartatore, Banana userebbe la stessa cadenza dolce, ricca di avverbi e di iperboli, che usa per far parlare le sue ragazzine in fiore, col risultato che se c'è un dialogo un po' lungo a volte si perde il filo e non si riesce più a capire chi dice cosa. E poi mi irrita un po' una certa ripetitività dei contesti: leggo in sequenza Amrita e Honeymoon e immancabilmente ci trovo famiglie atipiche, di reddito misterioso ma consistente e ragazzine alto-borghesi svagate, amanti dei viaggi e del tutto disinteressate nell'impegnarsi in un qualcosa che vada oltre la settimana successiva...

Spero che tutti i suoi libri non siano così!  In attesa di scoprirlo, ho deciso di compiere una piccola vendetta: non è giusto che un autore che mi piace e che ha tantissime qualità, poi finisca con l'irritarmi per queste pecche davvero da "corso di scrittura creativa".  Allora ho deciso di prendere un po' per il culo Banana, ed inventarmi uno stupido raccontino scritto nel suo stile, un omaggio divertito al "Banana style" e insieme una amichevole tiratina d'orecchi,  chi la conosce mi faccia sapere se più o meno c'ho preso...

Manaka è un personaggio di Banana Yoshimoto. La sua occupazione principale è andare in giro, fare sogni, somatizzare i dubbi esistenziali in  febbri improvvise e rivelatrici. E' in Italia per promuovere l'ultimo romanzo di Banana e in esclusiva per questo blog ci racconta un episodio che le è successo recentemente...

(Per la trascrizione dei nomi giapponesi, è stato adottato il sistema Hepburn, secondo il quale le vocali sono pronunciate come in italiano e le consonanti come in inglese)

Oggi, mentre ingannavo il tempo passeggiando per le vie di Milano, rapita dai colori sgargianti delle vetrine del centro, mi è capitato di mettere il piede su una cacca di cane.
Accadono eventi di poco conto, che però ci fanno un'impressione fortissima.
Questo piccolo episodio,così difficile da immaginare sulle vie di Ginza, mi ha ricordato con incredibile forza la mia lontananza da casa e trascinata dentro una struggente malinconia per i visi affettuosi della mia famiglia: la nonna, il suo secondo marito Kubayashi e la loro figlia adottiva Saruki.
La prima luce della sera, che filtrava in fasci dorati tra i ricchi palazzi confondendosi con le luci invitanti dei negozi, e l'aria incredibimente dolce e calda rendevano tutto magicamente ovattato: sembrava la tela di un pittore, e mi assaliva il dubbio di trovarmi dentro un sogno così vivido, da essere scambiato con la realtà.
La sensazione spiacevole e inattesa, insieme all'odore incredibilmente sgradevole che subito ha preso a salire dal mio sandalo, circondandomi, mi hanno d'improvviso sottratta all'incanto delle mie divagazioni.
Ma non è solo questo. Il fatto che quella cacca si trovasse lì, proprio in quel momento, e che fra tutti gli indaffarati passanti proprio io l'abbia calpestata, è stata come una rivelazione. Sono rimasta travolta dal pensiero dell'infinita concatenazione di eventi, decisioni e casualità che mi ha portato a vivere questo episodio così apparentemente insignificante: la consapevolezza dell'unicità irripetibile di questo momento mi ha così commossa, che non sono riuscita a trattenere le lacrime...

tramandato ai posters alle 21:07 del 16/07/2005 | commenti (1) | galleria | permalink

Cercate di capirmi, sono una povera rock-star costretta temporaneamente nel ruolo del consulente bancario/informatico . Se mi mettono una chitarra in mano succedono di questi guai, anche se ci terrei a far sapere al mio datore di lavoro che lo scatto è rigorosamente preso durante la pausa pranzo (anzi, a proposito, visto che la miglior difesa è l'attacco: di buoni-pasto non se ne parla proprio, eh? ).
E niente, almeno avete una sommaria idea del cavolo di posto dove passo le giornate dei miei anni migliori. La finestra è al livello della pavimentazione del cortile interno (il mio ufficio è conosciuto come "il bunker"), sulla parete si intravedono i miei poster pro-Microsoft...

E rimpianti per il mio ufficio d'angolo con vista sull'autoparco giudiziario Giambellino, di quando stavo in Vodafone.

tramandato ai posters alle 17:10 del 16/07/2005 | commenti (1) | master of the universe, mugugni | permalink

Volevo rispondere ai commenti al mio precedente intervento, però temo di andare un pochino lungo, quindi preferisco farlo in un nuovo post.

Circa il primo intervento di FEz, più che una risposta, una riflessione. Pensiamo pure ai "bei tempi" (spero fosse ironico, eh?) della seconda guerra mondiale, ad esempio. Il bombardamento a tappeto delle città non era terrorismo? Pensiamo a Dresda, o a Coventry. Anche ai bei tempi si colpivano indiscriminatamente i civili nel sonno, nelle piazze, si minava il loro attaccamento alla vita e al vivere civile, in comunità. E, per fare un esempio estremo, le bombe atomiche sganciate sul Giappone, non sono la forma definitiva di "terrorismo" ? Hanno addirittura cancellato due città in un mattino come tanti, con la gente che andava a scuola, al lavoro, a fare compere. Perchè ci scandalizziamo di un treno che salta in aria quando noi occidentali abbiamo fatto esplodere intere città? E, fatemelo dire, i terroristi di AlQuaeda plagiati maniaci esaltati crudeli quanto vogliamo (e non lo dico per dire, penso davvero che siano tutto questo) per lo meno si meritano il MINIMO rispetto dovuto ai kamikaze e sicuramente li preferisco ai piloti dell'Enola Gay, con il culo al sicuro a godersi lo spettacolo del fungo atomico e capaci di pentimenti tardivi, utili solo per vendere qualche libro di memorie.
Passato mezzo secolo, possiamo raccontarci che abbiamo imparato la lezione, ma in realtà non vedo molta differenza con i bombardamenti pseudo-intelligenti (e se sono stupidi, pazienza, basta che non se ne accorga qualche giornalista troppo zelante).
Insomma, anche ai bei tempi delle guerre "tra eserciti", come dice FEz, lo spargimento indiscriminato e terroristico di sangue civile c'era eccome, e senza voler pensare alle varie "pulizie etniche" di cui la civile Europa è maestra. Punto uno.

Il punto due è collegato a questo. Ne ho già accennato. ma credo che vada sottolineato il peso particolare che hanno i civili in una democrazia in guerra. Il terrorista non si fa esplodere e si ritiene soddisfatto nella sua vendetta perchè cell'ha con i Tizio Caio e Sempronio che va ad ammazzare, o perchè riesce a fare 30 o 40 morti. La vendetta non è placata e l'attentato è uno strumento per raggiungere l'obiettivo diverso: volgere l'opinione pubblica in uno strumento di pressione a proprio favore. Non potendo realisticamente contrastare la potenza militare del nemico, si sceglie di minare alle fondamenta la legittimazione all'azione che lo sostiene. E in questo davvero il caso spagnolo è esemplare. State tranquilli che nei paesi dove il Potere sostanzialmente può fregarsene di come se la passa il popolo, di attentati ce ne saranno sempre davvero pochi. La "morte pubblica" e indiscriminata ha senso nelle democrazie e la sua funzione è quella di far sorgere un numero sufficientemente grande di "io non ci sto!!", tale da togliere il terreno sotto i piedi del tuo nemico.
Credo che i terroristi abbiano colto la tremenda immaturità delle nostre democrazie, che sono come bambinette viziate che non ti stanno a sentire fino a che non molli qualche schiaffetto schiaffo o schiaffone. L'imperialismo USA? Essì, che brutta cosa, però vabbè... La guerra per il petrolio? La strumentalizzazione del caso IRAQ? Lo scandalo di Guantanamo? Tutte cose che sappiamo, ma che passano in secondo piano non appena dobbiamo scegliere se stasera sia meglio la pizzeria o il ristorante di pesce fresco. A MENO CHE non ci venga paura di saltare per aria lungo la strada. A quel punto la scelta diventa leggermente meno importante... Grazie alla famosa globalizzazione e ai mass-media, chi coordina questi attacchi ha capito benissimo che siamo così. Superficiali ed isterici. Le azioni che vediamo ne sono la logica ed inevitabile conseguenza, temo.

Ultimissima cosa sul discorso "Decimo Guastatori". Attenzione a non far diventare "le sofferenze della popolazione civile" un comodo alibi. Bisogna tenerne conto, ma non si chiude così il discorso. Tanto per cominciare si potrebbe disconoscere il ruolo attivo e militare italiano nella regione, facendo in modo che i nostri soldati abbiano solo  compiti umanitari e di ricostruzione e/o di quello di tutelare chi procede a tali compiti. Insomma, cominciamo a dire al mondo che abbiamo fatto una cazzata, che non vogliamo più sporcarci le mani con questa merda e che se abbiamo ancora un fucile in mano è solo perchè la situazione in Iraq è ancora FUORI CONTROLLO (cosa che nessuno ammette chiaramente) e quindi dobbiamo tutelarci. Insomma, senza fare armi e bagagli da un giorno all'altro bisognerebbe avere il coraggio di fare un bel "punto e capo", almeno a livello diplomatico, ammettere gli errori e cercare il modo migliore di uscirne (migliore per tutti, anche per le famose popolazioni civili, che temo però non sarebbero così dispiaciute dal vederci sloggiare), invece di procedere ottusi e baldanzosi verso il baratro.

tramandato ai posters alle 15:31 del 13/07/2005 | commenti (6) | fastidi | permalink

Mi dà fastidio certa superficialità retorica, che guardacaso senti soprattutto in televisione, sui 'terroristi vigliacchi e senza scrupoli che non prevarranno'.
Certo, ci sono gli attacchi contro i cosiddetti civili. Ma non condivido i toni da crociata, questa rappresentazione superficiale dei terroristi come animali assetati di sangue e in preda al cieco ed irrazionale furore vendicativo.

A me sembra che, a loro modo, i terroristi abbiano un loro codice di azione abbastanza preciso. Se si accontentassero di colpire nel mucchio per fare male, e basta, avrebbero modo di rendersi la vita molto più facile.
Pensate ai bersagli che vengono scelti, le grandi capitali. E, in queste, luoghi particolari e  simbolici: le Torri (ma spesso parlando del 9/11, si dimentica l'altra vittima "strutturale", il traffico aereo), stazioni ferroviarie, la metropolitana... obiettivi sotto gli occhi di tutti e tenuti sotto controllo. Oggi più che mai.
Se i terroristi si accontentassero di spargere terrore e insicurezza e malcontento, avrebbero mille altre possibilità ben più semplici.
Mi immagino tutte le facili occasioni che offrono le nostre migliaia di cittadine di provincia: sarebbe difficile piazzarsi al centro della pista da ballo liscio di una delle tante sagre di paese e farsi saltare per aria? O lasciare un pacchettino bomba nei cessi di un qualunque multisala dell'hinterland? E perché no: se il punto è seminare paura e dolore, non basterebbe guadagnare l'atrio di un bel condominio popolare? Se ci entrano i venditori ambulanti, ce la farebbe senza problemi anche uno che si crede guidato dalla mano santa e infallibile di Dio.
Insomma, spesso sentiamo ragionare di targets (ambasciate, personalità politiche, ecc..) e soft targets (mezzi pubblici, manifestazioni di piazza) molto più numerosi e difficilmente difendibili.
Mi sembra che invece non ci si fermi a ragionare su questi very soft targets (lasciatemeli chiamare così). Sono praticamente incalcolabili nel numero e di certo non presidiabili: Immaginate un UnaBomber islamico che prepari, invece che ingegnosi sadici gingilli, scatolotti di qualche chilo di esplosivo...

Il fatto che il terrorismo, per come finora si è manifestato, non li prenda in considerazione credo sconfessi la rappresentazione "estrema" che si è tentati di farne.
Non è vero che queste persone colpiscono alla cieca. Non mi azzardo a dire che abbiano un loro "codice di onore", perchè gli attentati sono comunque un qualcosa di abominevole, però ci stanno lanciando una sfida a suo modo codificata, ci stanno dicendo che verranno a farci male proprio dove ce lo stiamo aspettando e non in un qualsiasi ristorantino di provincia.
Da questo vorrei dedurre un'altra cosa. Si parla di terroristi a volte come fossero la Spectre di James Bond, cioè un'organizzazione rigidamente gerarchica e strutturata. Ma è ovvio che (anche se c'è questa Al Quaeda) come tutti i fenomeni sommersi e illegali, il terrorismo in realtà è un'entità mutevole dalle mille teste. Senza voler banalizzare la scenetta di "quattro amici al bar" che si mettono a fare un attentato, resta il fatto che praticamente nessuna delle parecchie teste calde e diseredate che potenzialmente potrebbero mettersi in testa di fare l'attentatino di "poco conto" sia passata all'azione. Significa che c'è un approccio condiviso e concordato di questo tipo o che, al minimo, c'è effettivamente una grande capacità di controllo del territorio e delle persone.

In definitva, io credo che non si voglia coltivare la capacità di considerare la prospettiva altrui.
A volte ci dimentichiamo che in quesi paesi abbiamo fatto (noi occidentali, dico, anche se vale sempre la pena ribadire: NOT IN MY NAME) le peggio cose: sparacchiare missili da un elicottero lontano chilometri dal nemico e pazienza se si becca una festa di matrimonio facendo un inutile macello di donne e bambini. Tutto quello che abbiamo saputo e possiamo immaginare delle torture e umiliazioni ai prigionieri civili. Sterminare le persone ai posti di blocco, semplicemente perchè si mandano allo sbaraglio marines che in realtà sono ragazzini sperduti che si cagano in mano e a cui è stato insegnato che sparare è sempre la risposta giusta a tutti i dubbi.

Tutto questo, e moltro altro, credo sia un modo diverso, ma ugualmente vigliacco di fare terrorismo e di minare alle fondamenta la vita civile di una comunità. E' che non vogliamo mai vedere le cose, anche solo per un minuto, con i loro occhi, come ad esempio ha provato a fare Michael Moore col suo film.

Rispondere con le bombe nei metrò non è una cosa che approvo o apprezzo, ovviamente. Ma non riesco a stupirmene. Sentendosi invasi e violentati da un potere e da una cultura che disprezzano, come possono altrimenti reagire? Aspettando i tozzi di pane della nostra interessata benevolenza occidentale? Cosa ci si aspettava? Che marciassero in truppe irrigmentate e fanfare per andare al massacro contro l'esercito americano? E' del tutto normale che una piccola percentuale di quelle persone trovi mezzi e motivazioni sufficienti per reagire.

E, a dirla tutta, il terrorismo che colpisce l'Occidente ha una giustificazione che noi non abbiamo.
Non credo sia onesto per la società civile chiamarsi fuori dalle responsabilità. Siamo democrazie. Se un governo decide azioni che fanno nascere in altri uomini un sentimento di vendetta, trovo perfettamente sensato e legittimo che la rabbia di queste persone sia rivolta verso il popolo.
Coloro che decidono sono nostri rappresentanti. E siamo noi, con la nostra indifferenza quotidiana ad avallare e rendere possibile ciò che quelle persone ritengono di stare subendo ingiustamente.
Se veramente volessimo, potremmo fare come in Ucraina poco tempo fa, fiondarci tutti sotto Palazzo Chigi a urlare "Nano di merda, finchè non ritiri i soldati e mandi a fanculo Bush da qui non ti facciamo uscire!". Se non lo facciamo, vuol dire che ci sta bene così, e allora: è comprensibile che se la prendano con noi. Come ha ben detto Max dei Subsonica al concerto, dobbiamo imparare a capire che quando si decide di usare le armi contro altre persone, questa non è una cosa che ha delle conseguenze solo... in televisione!

tramandato ai posters alle 15:24 del 13/07/2005 | commenti (8) | galleria | permalink

Al concerto dei Subsonica, avevo fatto spuntare un coretto improvvisato per sostenere/coglionare Alessia (alias " l'amica del Roma ") nelle sue diciamo... "dimostrazioni di affetto" nei confronti di Boosta, il tastierista della band. Ste cose stupide e leggere spesso mi accalappiano, e mi sono divertito a tirarne fuori una canzonetta completa. Però davvero non valeva la pena di registrarne una versione "seria", quindi  mi sono limitato a sbattere davanti alla chitarra un microfono, e via... quindi si sente veramente MALE. La voce ha quell'aria di "scusate, disturbo?" dovuta al fatto che è stata registrata verso mezzanotte nel silenzio totale di casa dei miei genitori...

Comunque, va là, scaricatela qui e vedete di farvi due risate. La troverete poi come traccia nascosta del mio prossimo CD serio...

tramandato ai posters alle 15:11 del 13/07/2005 | commenti (1) | culturangle | permalink

Una vecchia catena di San Antonio (che però non conoscevo.. grazie, Ci) mi fa sapere che sono un Salice Piangente, simbolo della Malinconia. Riporto qui il mio profilo completo... forza, che voglio giocare a leggere i vostri commenti.

Una persona bella ma malinconica, attraente, molto empatica, ama le cose belle e di buon gusto, ama viaggiare, sognatrice senza riposo,capricciosa, onesta, può essere influenzata ma è difficile per lei convivere, esigente,con buona intuizione, soffre nell'amore ma a volte trova sostentamento nel suo compagno.