Ieri sera, mentre in sottofondo si trascinava la desolante partita della nazionale di calcio (e Civoli diceva in telecronaca "si gioca in un silenzio assordante"), ho pensato di far uscire il blog dalle ferie estive, solleticato da un altro evento... sportivo, tenutosi in terra toscana: il Palio di Siena. Sulle trite, ritrite e centrifugate polemiche sul trattamento delle poverebbestie, ho veramente pochissima voglia di dire, se non che - in generale - sarebbe mica male smetterla di parlare di trattamento "disumano" riferendosi ad animali. Il comportamento più sensato sarebbe forse che i senesi ammettessero che si sto palio l'è na bischerata, ma insomma è tradizione: voglio dire, se qualcuno mi cazzia che i superalcolici fanno male, io mica devo per forza fare l'arrampicata di nono grado sugli specchi per menarmela che no è tutta salute. Forse è più onorevole non negare l'innegabile, ma piuttosto farsi scudo dei collaudati motti a base di la carne è debole, nessuno è perfetto, et cetera.
Ma non è questo, dicevo. Mi hanno impressionato almeno un paio di tipi che ho visto esagitarsi nel bel mezzo della... pista(?) in preda a delirio estatico da vittoria e che sostanzialmente si sono fatti mettere sotto dal cavallo vincitore, nel tentativo di - boh! - abbracciarlo.
Premetto che è sempre istruttivo vedere con i propri occhi come un uomo decisamente ben piantato possa schizzare via stile birillo quando preso anche solo di striscio da un cavallo semigaloppante.
Soprattutto, questi pochi dementi rappresentano gli eroici avamposti di un'intera orda di persone che si ha il dovere di supporre raziocinanti e che invece cadono preda di questa gioia animalesca, irriflessa, assoluta e incandescente. Per dire, poco dopo hanno inquadrato la classica signora-bene sovrappeso e ingiollieata che si spupazzava con trasporto il povero fantino vincitore, e non lo voleva più mollare.
Cosa dire di tutto questo? Badate, ieri ok c'era il Palio, ma sto pensando ai più svariati "deliri": quando si vincono i mondiali di calcio, quando la Ferrari porta a casa il titolo (al quale proposito - cospargendomi il capo di cenere - ne avrei una bella assai da raccontare), o quando il mio quartiere vince la festa di salaminchia.
Un po' invidio questa capacità: dev'essere un'esperienza e a naso potrebbe fare pure bene allo spirito. Posso anche concedere che in parte si tratti di una faccenda di "costituzione emotiva", insomma bisogna esserci portati.
Tutto concesso, rimane la sensazione che comunque la si veda, qualcosa non quadri. A voler essere cattivi, una simile facilità nello "spegnere" la testa fa sospettare che di interruttori da pigiare lì dentro ce ne siano abbastanza pochi. A voler essere buoni, invece, quasi intenerisce questa mancanza di prospettiva, l'inorgoglirsi eccessivo per successi delegati ad altri. Insomma, quando sento uno dire, che ne so, "la Lazio è la mia vita", naturalmente non posso non pensare a che cazzo di vita stia conducendo.