La tradizione vuole che in Liguria il padrone di un peschereccio offra a chi si imbarca la scelta tra il diritto di lamentarsi (mugugnà) e un supplemento di paga. Scelta lacerante per un ligure, e dalla quale per una volta perfino la tirchieria usciva sconfitta; come dice il proverbio: “Sensa vin se navega, sensa mugugni no”. (Claudio Paglieri)
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tramandato ai posters alle 23:38 del 27/12/2007 | commenti (1) | mugugni, fake, la repubblica, global warming, capanna margherita | permalink

Dunque, accade che stamane apro il "mio" quotidiano (tristemente sempre più lontano dai tempi gloriosi di Eugenio Scalfari: oggi in scioltezza si dedicava una pagina alle suore di Chiavenna disposte al perdono...) e  mi tocca di leggere una Lettera al Direttore a dir poco surreale. Dico surreale perchè per il livello di ottusa ignoranza che la caratterizza mi ha fatto assalire il dubbio di aver comprato per sbaglio La Padania o qualcosa su quel livello (mi concedo un calenbur cinefilo: anche Libero va bene). La lettera la incollo perchè, davvero, vale la pena:

E’ nevicato, fa freddo, le temperature sono nella norma e gli inverni degli anni passati, quando i gestori degli impianti di risalita meditavano il suicidio guardando sconsolati le margherite che sbocciavano nei prati in pieno inverno, paiono lontanissimi. Ora le stazioni sciistiche non temono più il clima ma solamente la carenza di soldi che affligge tutti gli italiani.
Abbiamo preso in parola gli esperti del riscaldamento globale, quelli che preconizzavano la scomparsa degli inverni. In queste settimane le cronache ci parlano di ondate di freddo polare e ci mostrano che negli USA la gente muore per il freddo particolarmente intenso.
Quando arriva questo benedetto riscaldamento? Lo aspetto con trepidazione, la mia bolletta del riscaldamento a metano sale sempre di più e non solo per effetto dell’aumento del costo del metano e della scandalosa tassazione che su di esso viene applicata.
Mi avevano promesso, sempre gli esperti del clima, un aumento delle temperature e inverni più miti, mi ero illusa di poter risparmiare, ma l’inverno è tornato come ai vecchi tempi e sorprendentemente fa freddo come prima e più di prima.
Ora questi gradi in più li voglio, mi spettano di diritto, rivendico l’opportunità di risparmiare che la natura mi sta offrendo. Non possono anche gli esperti di clima fare le stesse false promesse dei politici quando promettono la riduzione della pressione fiscale, che promettono, promettono e promettono e non arriva mai.

Margherita Capanna


Alagna Val Sesia (Vc)
27-12-2007

Naturalmente strabuzzo gli occhi di fronte a tale sparagnina imbecillità, istintivamente auguro alla signora Margherita di venire strafulminata all'istante da una eventuale provvida Provvidenza, poi penso che tutto sommato la lettera puzza, perchè c'è una incompatibilità netta tra la grettezza del ragionamento e la sottile capacità retorica con cui la lettera è stata confezionata ("questi gradi in più li voglio, mi spettano di diritto" è quasi letteratura, sembra Verga, sembra Pirandello). Stasera un breve controllo su internet e viene fuori che proprio in quel comune esiste un famoso rifugio chiamato guardacaso "Capanna Margherita".

Insomma il sottoscritto, come questi autorevoli signori, tende a pensare che sia un fake, anche perchè per carità di patria voglio sperare che il livello non sia questo, che questa Margherita Capanna non sia una imbecille reale. Resta però innegabile che per un verso o per l'altro si tocca un nervo scoperto, che è quello della distanza enorme tra la percezione del pericolo "global warming" e la sua oggettiva e irreversibile entità.

Questo ovviamente preoccupa molto; preoccupa parecchio anche la capacità dei redattori del mio quotidiano, ma questa è davvero un'altra faccenda.

tramandato ai posters alle 11:49 del 26/12/2007 | commenti | under score, beowulf | permalink

Confesso che all'inizio ci sono rimasto male, avevo dimenticato di questa storia del "performance capture"... e come non bastasse avevo fatto io campagna per andare a vedere questo film: insomma era TUTTA COLPA MIA.

Ma andiamo per ordine. Cos'è questo performance capture? In poche parole, gli attori recitano veramente, ma soltanto per registrare informaticamente le loro movenze e le loro espressioni. Questi dati vengono poi "calati" in un contesto totalmente generato dal computer: non ci si limita quindi al solito fondale o alla ormai consolidata interazione tra attore e "personaggio digitale" (e ricordo il divertito stupore che a suo tempo suscitò "Chi Ha Incastrato Roger Rabbit", che guarda caso diretto pure quello dal pioneristico Zemeckis), ma tutta la scena viene creata al computer.

Il risultato è che il film diventa un videogame, o meglio diventa una versione extended  dei filmati introduttivi che spadroneggiano nei videogame e che fanno tanto fico. Dal punto di vista creativo, le potenzialità diventano quasi senza limiti (ad esempio, i protagonista Winstone è stato reso più alto e più massiccio per renderlo più credibile nei panni di Beowulf), i costi per immaginare scenari e esseri colossali e fantasmagorici si annullano, la camera può compiere le evoluzioni più spericolate e inimmaginabili (vedere la lotta col drago per credere). D'altra parte la qualità è (ancora) quella che è: l'immagine è posticcia, fredda, non sempre credibile, specie nelle movenze dei personaggi. Davvero, faccio prima a dire che è quella che vi aspettate da un filmato di videogame, se bazzicate i genere.

Intendiamoci: se va considerato come esperimento sulla tecnologia, c'è da restare ad ammirata bocca aperta (e se uno si lascia "prendere" dalla storia non sono pochi i momenti in cui ci si "dimentica" di stare guardando un'animazione), ma se invece si guarda senza sconti al risultato finale, chiaramente il paragone con un Signore degli Anelli, non si pone nemmeno.

Occhei, direte voi, ma il film. Beh, a me è piaciuto. Serve una certa inclinazione per la fantasy, una predisposizione a farsi catturare da mondi alternativi e a concedere la necessaria suspension of disbelief. Se lo si fa, si viene sufficientemente ripagati, perchè i dialoghi secchi e molto moderni sono godibilissimi, e anche nelle caratterizzazioni dei personaggi si sente eccome il talento degli sceneggiatori di lusso Roger "Pulp Fiction" Avary e Neil "SandMan" Gaiman; perchè in fondo anche l'aggiunta del tema della "donna fatale" (e della fatale debolezza che accomuna i maschi di questa storia) aggiunge profondità alla storia; perchè lo sviluppo ciclico della storia è raffinato e consente di girare alla larga da un eventuale happy handing, pur consentendo la confezione di un finale che non lascia nulla in sospeso.

Certo, resta il film su un eroe barbaro che a colpi di spadone e prodezze ginniche combatte contro draghi sputafuoco ed altri esseri, per cui non può essere chiaramente il "film della vita", ma resta infinitamente meglio di qualsiasi cinepanettone natalizio o simile che possiate vedere (e non date retta a quello spocchioso di Crespi).

[Visto in un semideserto Uci Certosa il 9/12/2007, post Fiera dell'Artigianato.]

tramandato ai posters alle 10:26 del 26/12/2007 | commenti | canzoni, fastidi, elisa, culturangle, inglese, fazio | permalink

M'è capitato di guardare un pezzetto dell'intervista di Elisa, lo scorso weekend, a CheTempoCheFa (la potete vedere online, se volete). Premesso che la ragazza è simpatica. Premesso che ha una piacevole spontaneità ("i jeans dell'acqua in casa") che fa molta tenerezza. Premesso che ha una voce della supermadonna e che a parte questo è comunque proprio brava (perchè, lo sappiamo, gente con una voce della supermadonna ce n'è anche, ma poi che robe cantano). 

Ecco, premesso tutto ciò volevo mugugnare di una cosa che mi è venuta in mente ascoltando una domanda che le ha fatto Fazio, circa l'uso della lingua nelle canzoni.

Dice Elisa, parlando di scrivere in italiano e/o inglese, che "scrivere in italiano è molto più difficile, l'inglese è molto immediato, è una lingua molto elastica, malleabile come una specie di pongo. L'italiano è più complesso, è molto più ricco, per dire una cosa la puoi dire in tantissimi modi, l'inglese è più immediato, c'è più semplicità".

Mi ha colpito perchè quando Elisa uscì, pensai che il disco era proprio bello, ben fatto, fresco, tutto quello che volete, però c'erano dei testi che "suonavano" anche bene però se ti ci fermavi a tradurli e a pensarci un attimo facevano piangere, sia come "profondità" (infatti ho pensato che avesse fatto apposta a cantare in inglese, per non rendere subito evidente a tutti che razza di robaccia fossero), sia come uso della lingua. Faccio quindi umilmente notare che l'inglese che usa Elisa è una roba tipo questa qua:

Now just let me sleep
I don't want to talk
I have nothing nice to say
I'm just sleeping in your hand

Don't wake me up to soon!
I don't want to see the world
I need to be no-one
All I want is just to be
  [Sleeping in your hand]

Oppure quest'altra qua:

Well there's a party for me,
the last thing I wanted from you
I close the door behind me and there you are
you seem relaxed and quiet
but under your shirt you sweat
and these balloons around make me feel so sad.
  [A Feast for me]

Credo invece che, quando si parla della lingua inglese usata nelle canzoni, sia giusto ricordarsi anche che esiste materiale come questo:

Theres a moon over bourbon street tonight
I see faces as they pass beneath the pale lamplight
Ive no choice but to follow that call
The bright lights, the people, and the moon and all
I pray everyday to be strong
For I know what I do must be wrong
Oh youll never see my shade or hear the sound of my feet
While theres a moon over bourbon street
[Moon over Bourbon Street]

Oppure questo:

There is a girl in new york city
Who calls herself the human trampoline
And sometimes when Im falling, flying
Or tumbling in turmoil I say
Oh, so this is what she means
She means were bouncing into graceland
And I see losing love
Is like a window in your heart
Everybody sees youre blown apart
Everybody sees the wind blow
[Graceland]

Roba lineare e certamente semplice (down to earth per dirla con il "pongo"), però con una cura del dettaglio lessicale infinitamente più alta di quelli di Elisa, che scrive usando le 200 parole-base che si sanno alla fine della terza media e che spesso comunicano anche una sgradevole sensazione di grammatica aggiustata e di quell'inglese broccolino ("I need to be no-one" fa il pari con "I teng my watch scassated"...) che viene fuori quando si pensa in italiano e poi si traduce parola per parola.

La morale è che se l'inglese che ha in mente Elisa è il basic English che può parlare un dodicenne clandestino che ha passato da tre mesi il borderallora quello che dice è vero, però che si sappia che, beh, è possibile fare qualcosina meglio.